martedì, 07 ottobre 2008

Cosa fa notizia?

E comunque non è detto che se un uomo morde un cane questa debba essere la notizia che tutti vorrebbero fosse data loro in pasto, come se i telespettatori fossero un branco, affamato, di canidi bavosi e macilenti pronti a dilaniarsi sino all'ultimo sangue. No, decisamente, il telespettatore medio è attratto anche da altre coscie.

E comunque, così, nella mia più che trentennale missione esplorativa della galassia televisiva, mi sembra che ciò che fa notizia, nel senso di quelle nius che colpiscono l'immaginario collettivo, ferendolo, commovendolo o anche solo facendolo fermare un attimo causa sindrome del curioso che non ha un cazzo da fare, sia così schematizzabile:

1. Tuo figlio si droga. Quando di mezzo c'è la droga, le orecchie, soprattutto genitoriali, hanno un'erezione degna del miglior Rocco Siffredi. Perché per un genitore avere un figlio che si droga è una tragedia immane, un'onta indelebile che rende manifesta l'incapacità educativa del prolificatore; ed anche un concreto pericolo per le sue tasche. Un figlio drogato è peggio di un figlio serial killer piduista stupratore tesserato prima con Forza Italia ed adesso col PdL. Perché un figlio serial killer piduista stupratore tesserato prima con Forza Italia ed adesso col PdL lo difendi a spada tratta, ma un figlio che si fa le spade come fai a difenderlo a spada tratta? Ma, scherzi a parte, la droga è davvero uno spauracchio. Forse perché la maggior parte delle persone non sa nemmeno come sia fatta e ne ha sempre e solo sentito parlare ora come una cosa che toglie inibizioni e paure, ora come una cosa bruttissima che ti distrugge l'esistenza, quindi, nell'uno e nell'altro caso, ne ha paura; forse perché un giusto pregiudizio reverenziale è stato amplificato dallo stato che vende alcol e sigarette; forse anche perché se sei ad un rave party e fai una colletta per comprare una pasticca e poi ci resti secco, non è che puoi invocare chissà quale sfiga cosmica che ha colpito te tra migliaia di giovani di brutte speranze; forse perché non ci si rende conto che esistono droghe molto più infide, come il perbenismo, l'ipocrisia e la religione cattolica, quindi si punta il dito contro il drogato che si fuma una canna per dire "io non sono come lui", non rendendosi conto che si è molto, ma molto peggio.

2. Stranieri in terra straniera. Precipita aereo con quattrocento persone a bordo, più un numero imprecisato di portoghesi legati alla carlinga, ma, per fortuna, nessun italiano tra le vittime. Eh, già, perché esiste una nemmeno troppo occulta classifica che stabilisce il valore dei morti, dei deceduti e degli ammazzati in base alla nazionalità. Adesso, io stesso quando vedo un'auto con a bordo quattro facce poco rassicuranti, che mi sembrano non italiane, aggirarsi per le strade dando l'idea d'essere alla ricerca di non sa cosa, sono colto da un sentimento di disgusto e di ripugnanza. Questo è normale. La paura per il diverso ha un fondamento evolutivo che discende dall'istinto di sopravvivenza e che è quello stesso sentimento che faceva scappare i nostri progenitori dalle tigri dai denti a sciabola. Ma un conto è avere consapevolezza di quest'instinto, altra cosa è strumentalizzare notizie unidirezionali per accrescere la xenofobia congenita ed usare quindi un consenso popolare creato ad hoc per fini politici.

3. Crash test dummies. L'incidente automobilistico ha sempre il suo fascino. Non c'è niente da fare. Osservare la gente incastrata nelle lamiere, vedere la materia biologica di cui siamo costituiti confondersi con quella inorganica dei nostri amati/odiati mezzi di locomozione ha un che di esoterico a cui difficilmente una mente curiosa può sottrarsi. Ok, tutto ciò ha anche una connotazione sicuramente morbosa, ma rallentare sulla corsia opposta per ammirare un groviglio di automobili è come osservare uno squarcio di futuro, uno scenario in cui anche noi un giorno potremmo essere attori o scomparse. D'altra parte, non c'è da stupirsi se ciò accade. Siamo un popolo cresciuto con la storiella di un Dio torturato tra indicibili sofferenze, quindi è logico che in molti abbiano il desiderio di vedere quanto un comune mortale possa assomigliare alla divinità. Ma è un pensiero che dura poco. Perché poi si accelera e ci si lascia tutto alle spalle, illudendosi che a noi non capiterà mai, schiacciando a fondo sul pedale del gas esilarante.

4. Tempus fugit. Il sole stilizzato. La nuvoletta nera coi lampi appesi come bargigli di uno strano mollusco. Le cozze scelte come meteorine per rendere meno noiosa la previsione per località di cui non ci frega un cazzo. In una società resa meteoropatica dall'idea che solo in vacanza è vera vita, mentre tutto il resto è tempo sprecato, le previsioni del tempo rappresentano un momento interlocutorio, in cui non si è né morti né vivi: semplicemente, si attende, si spera, magari ci si arrabbia un pochino per la gita fuori porta da rimandare a data da cestinarsi. Come tutta la nostra vita trascorsa davanti alla televisione, mentre dietro c'è chissà quale baldoria riparia.

5. Tutto il resto è riempitivo. La politica, le notizie utili, la cronaca rosa, nera, lo sport, lo spettacolo e le notizie scientifiche sono imbottitura. Sono notizie che vengono date perché bisogna darle, ma il telespettatore ne farebbe volentieri a meno. Sì, ok, qualcuno che sembra realmente interessato a sapere com'è finita l'amichevole estiva con la Conglomeratese c'è, ed anche più di una persona che ascolta apparentemente attento il resoconto dei lavori parlamentari, ma è più un voler fingersi impegnati che una vera ed incondizionata partecipazione. No, le notizie che ci destano dal nostro eterno riposo sono quelli di cui sopra. Quelle che in qualche modo ci ricordano come un tempo fossimo esseri viventi e non dei gerundi dediti alla programmazione di quei videogiochi che sono le nostre compilate vite.
postato da: GanJo alle ore 08:31 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni
sabato, 20 settembre 2008

Metempsicosi onicologica.

Che chi dice che il dolore fa maturare. Soffrire aiuterebbe quindi ad avere una visione della realtà meno infantile. Perché? In seguito a quale processo dovrebbe avvenire ciò?

Vediamo. Un bambino che riceve uno schiaffo si mette a piangere e soffre, perché non comprende il motivo di quel gesto. Lui credeva che dipingere le pareti di casa con dei simpatici pennarelli indelebili fosse la cosa più spassosa del mondo. Ma il genitore la pensa diversamente, perché nella sua concezione di casa sono previste pareti linde che comunichino ordine, pulizia, quindi anche rigore mentale da parte del proprietario, ergo rispetto da parte della società. Di conseguenza, la libertaria visione del bambino verrà corretta a suon di manrovesci. Ma la sua sarà maturità o sarà semplicemente un'adeguarsi ad un'idea preesistente?

Altro esempio. Le pene d'amore. Tu ti innamori, lei ti dice di no, con la variante assai più dolorosa dell'illusione che ti tiene sulle spine, in un limbo fachirico nel quale non trovi conforto dall'essere uno dei tanti dai quali lei sugge autostima a spese della tua. Soffri come un cane ed alla fine ti rendi conto che di questo dolore solo tu sei responsabile, solo tu le stai permettendo di usarti. Quindi, ad un certo punto, ti costruisci una corazza dentro cui chiudi a chiave anche il tuo cuore, dietro una porta blindata a tripla mandata. Ma questa è maturità o è solo paura di soffrire nuovamente?

Credo che la risposta ci venga dalle unghie ed in particolare da quelle che hanno la brutta tendenza a reincarnarsi, cioè, in pratica, dalla metempsicosi onicologica. Ora, è chiaro che un'unghia incarnita provoca dolore, quindi fa maturare in noi la convinzione che la si debba liberare dalla prigione della carne. Ma questa poi se la riprende, la ingloba nuovamente, forse perché è la stessa unghia a volerlo, ciclicamente. La soluzione, quindi, qual è? Arrendersi a questo fenomeno? Estirpare il problema alla radice togliendo completamente le unghie o peggio amputandosi i piedi? Sarebbe come rinunciare all'amore o a dipingere le pareti di casa. Io credo invece che si debba avere anche il coraggio di soffrire, nella consapevolezza che da ogni situazione si può ricavare un insegnamento, ma accettando anche il fatto che il fato ci può essere avverso per ragioni che non sono spiegabili. Ecco, si deve amare anche il più tragico dei destini, questa è la maturità che non è rassegnazione. Non è apatia, atarassia, bensì contemplazione puntualmente partecipativa.

Mi spiego meglio, perché così sono troppo accartocciato.

Contemplazione: un incessante e consapevole sguardo sulla realtà fatto di distacco e di stupore.

Puntualmente: in senso spazio temporale; si deve vivere il presente ed evitare quindi di perdersi nella rimuginazione del passato o nella fantasticazione del futuro.

Partecipativa: la via migliore per non soffrire sembrerebbe quella che ognuno si facesse i cazzi propri. In realtà, molto meglio sarebbe partecipare a quelli degli altri senza la necessità di dimostrare d'averlo più lungo, più bello e, soprattutto, senza metterlo nell'ano di nessuno che non ne abbia fatto esplicita e non fraintendibile richiesta.

Naturalmente, facile a scriversi, ma non a farsi. Resta il fatto che le unghie, soprattutto quelle lunghe, la sanno lunga.
postato da: GanJo alle ore 12:00 | link | commenti (10)
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martedì, 09 settembre 2008

Mente frisca.

Mentre ero in strane faccende stranamente affaccendato, si è formata nella mia mente una domanda: una mente semplice tende a semplificare una realtà complessa o una mente complessa tende a complicare una realtà semplice? Forse per risolvere il dilemma può aiutare sapere che le faccende in cui ero affaccendato erano le tende e la loro giustapposizione post-detersione in elettrodomestico dotato di centrifuga e cestello dosatore per detersivi ed ammorbidenti, nonché di una simpatica manopola per la selezione di vari programmi e cicli combinati, tra i quali non posso proprio fare a meno di citare i colorati, i delicati, i chiari, gli scuri, i mezzi toni e le scale di grigi che, per evitare spiacevoli equivoci, ci tengo a precisare, non sono delle piramidi d'alieni acrobatici, né una variante minimalista dell'esistenzialismo berlinese degli anni venti.

E non vorrei nemmeno per un attimo dubitare del fatto che anche il manicheismo ha un suo motivo d'esistere. Infatti, una visione della realtà che distingue nettamente il bianco dal nero è senz'altro utile quando nel cestello della biancheria troviamo indumenti bianchi ed indumenti neri (le mutande, magari, no, visto che il nero smagra...cosa che mia moglie ha verificato di persona...nel senso che da quando si è messa con quell'africano che non parla bene l'italiano ma si fa capire bene quando vuole è dimagrita tantissimo...fanno delle lunghe passeggiate, dice).

Insomma, avere una mente semplice, manichea, di manica larga con se stessa, potrebbe, in alcuni casi, essere vantaggioso. Per esempio, se mi ritrovassi di fronte un africano dotato di lancia e con un enorme anello al naso, dall'aspetto piuttosto incazzato e/o non amichevole, potrei di certo tentare di instaurare una conversazione, un dialogo, parlargli dell'esistenzialismo berlinese degli anni venti, ma forse la soluzione migliore sarebbe quella di darsela a gambe levate e di non fare tanto il comunista schizzinoso, duro e puro, nel caso trovassi lì poco lontano una Ferrari 612 Scaglietti con lo sportello aperto, il motore acceso e gli interni in pelle beige. Insomma, anche se preferirei il velluto nero, forse potrei chiudere un occhio, non credete?

Ed è un po' la logica sbrigativa alla Indiana Jones, nel celebre duello con l'indiano munito di spada che fa roteare in segno di sfida al noto archeologo. Ricordate? Indiana guarda con sufficienza quell'esibizione e poi, annoiato, gli spara. Bravo! Devo ammettere che ho riso assistendo alla scena, anche se, pensandoci, esprime qualcosa d'ontologicamente atroce: quando due uomini s'incontrano, uno con una pistola ed uno con una spada, quello con la spada è meglio che si faccia in vena.

Mah. Cosa volevo scrivere? Boh. Ah, sì. Le menti semplici semplificano, sicuro. Il che, come visto, non è detto che sia un male. Ma le menti complesse non complicano. Semmai possono perdersi in una marea di dettagli, tuttavia la realtà ha sempre un grado d'imponderabilità più elevato di qualsiasi mente, quindi è un problema di proporzioni. Considerando la mente come un filtro (lo è), maglie larghe permettono il vaglio dei corpuscoli più grossi e grezzi di realtà, mentre maglie più fitte catturano anche quelli più piccoli e spesso insignificanti, ma sicuramente anche molto preziosi, lasciando comunque transitare una buona parte della rena che attraversa in ogni istante il nostro corpo spiaggiato.
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categorie: riflessioni, deliri
lunedì, 09 giugno 2008

Fenomenologia cellulare.

Quanto ce piace de chiacchierà. Così faceva una pubblicità ormai sepolta nella preistoria dell'altro ieri. Chi era che pronunciava la frase? Sabrina Ferilli o Poppea? Boh, non credo faccia molta differenza, giacché il tempo, si sa, appiattisce le maggiorate.

Fatto sta che a voi italiani piace un sacco il cellulare. Ve ne siete innamorati a prima vista ed adesso veleggiate in perfetta solitudine in cima alla classifica mondiale della concentrazione di apparecchi telefonici portatili per abitante. Colgo quindi l'occasione delle ormai decidue elezioni, le prime in cui è vietato infrattarsi all'interno delle cabine per fotografarsi il pene mentre si verga un grosso fallo sulla scheda (vi lascio immaginare quale genere d'abilità sia necessaria), per sciorinare la mia personalissima visione di quel bestiario metropolitano che è l'italiano/a dotato/a di cellulare.

Il rappresentante in giacca, cravatta ed auricolare. Lo riconosci immediatamente dall'orecchio arrossato e deforme, tipo Ferengi eccitato, e dal passo cadenzato, quasi canzonatorio, nonché dal tono impostato su "ti sto leccando il culo, perché sei un mio cliente, e godo incredibilmente nel farlo, perché sono il più bravo, il migliore, il più grosso figlio di puttana pronto a fottere chiunque pensi anche solo per un istante di fottermi". Tiene il cellulare nel taschino della camicia (o nella tasca interna della giacca) e difficilmente lo vedrete prenderlo in mano, né digitare sms. Gli sms sono per gli sfigati ed il rappresentante, che non è stupido, si è naturalmente dotato di tariffa supervantaggiosa che gli permette di telefonare anche quando è seduto a tavola e vuole farsi passare il sale. Anche al ristorante, il rappresentante non ordina al cameriere. Si fa dare il numero e chiede anche d'abbassare il tono della voce, perché altrimenti l'altoparlante, per l'esigua distanza, fischia. Ma la sciagura più assurda è quella che tocca alla compagna del rappresentante che deve sorbirsi le sue conversazioni anche durante la notte. Perché il rappresentante non dorme mai e soprattutto non smette mai di parlare al cellulare. Inutile dire che quando uno di questi soggetti finisce, per disgrazia, in una zona dove non c'è campo, perisce all'istante e di lui non resta che un mucchietto di polvere grigia sormontato da un auricolare blutooth.

La ragazzina gne-gne. A tutti gli effetti è colei che sta contribuendo all'analfabetizzazione del popolo italiano. Infatti, come portatrice insana di tutte le abbreviazioni e storpiature che hanno preso vita negli sms ed adesso appestano qualsiasi cosa che preveda l'uso della parola scritta, la ragazzina gne-gne rappresenta una vera e propria piaga sociale. Scrive, come minimo, cento sms/die, e gode incredibilmente nell'umiliare i vecchi bacucchi che hanno la sfortuna di trovarvisi di fronte in qualsivoglia luogo pubblico. Infatti, tale bubbone glitterato, apparentemente innocuo, appena individua un comune fruitore di cellulare, uno che impiega almeno una decina di minuti per scrivere un sms, estrae il cellulare ed inizia a comporre endecasillabi ad una velocità tale che il telefono inizia a gemere come un gatto in calore, senza nemmeno guardare la tastiera, anzi, osservando, con aria supponente ed un po' annoiata, la vittima prescelta.

Il pistolero. Devo ammettere, con un po' di nostalgia, che è un personaggio quasi scomparso, ma che una volta s'avvistava frequentemente in Veneto e nel meridione. Infatti, quando i cellulari non si trovavano ancora come sorpresa nei sacchetti di patatine o negli ovetti Kinder, il pistolero era quello che ne portava due appesi alla cintura, come se fossero due revolver. Enormi e pesantissimi, erano una vera e propria ostentazione di benessere. Significavano: "Sì, ok, io sarò anche un burino ignorante sottoscolarizzato, però intanto c'ho due cellulari e le fighe mi sbavano dietro, pirla!". Assolutamente da non contraddire, soprattutto se di stazza superiore al quintale.

Il luddista. Ha acquistato il suo primo cellulare solo quando ha dovuto fare di necessità virtù, cioè quando, mollato dalla morosa perché non ne possedeva uno e si ostinava ad usare gli ormai scomparsi telefoni a gettoni - e solo per questioni di vita o di morte! - ha cercato di rimediare con un Motorola Dyna Tac dal peso di un chilogrammo (batteria esclusa). Inutile sottolineare come questo disperato e svogliato tentativo d'ammodernarsi risulti del tutto vano. In seguito alla delusione, il luddista abbandona solitamente la propria blanda vita sociale per ritirarsi in una comunità Amish dove si dedicherà all'allevamento di segnali di fumo ed al babysitteraggio dei piccioni viaggiatori per mezzo di un deltaplano a pedali.

L'ostinato. E' stato uno dei primi ad avere il cellulare, nei primi anni '90. Comprato controvoglia solo per far contenti i genitori apprensivi, lo ha sempre usato con parsimonia e sufficienza, ma con il rispetto che meritano le cose costose. Perché l'ostinato è fondamentalmente un taccagno professionista. Se il cellulare funziona ancora, non è necessario cambiarlo. Questo strano essere (spesso è un contadino single) è il più temuto dai rivenditori di cellulari, in quanto vi si reca solo per acquistare introvabili pezzi di ricambio, insultando chiunque abbia l'intenzione di farsi un cellulare leggero e superaccessoriato. L'ostinato si differenzia quindi dal luddista per il carattere piuttosto irsuto e l'aspetto generale fastidiosamente sfasato di dieci anni nel passato.

L'entusiasta. In assoluto, il male fatto a persona. Possiede sempre l'ultimo modello, ma si porta appresso l'intera collezione di apparecchi telefonici portatili. Tecnomane compulsivo, non sa parlare d'altro che di prestazioni hardware e software. Da evitare come la peste.

Il normale. L'ultimo esemplare si è estinto nel 2001, quando gli clonarono la SIM ed ebbe un attacco di cuore. Ironia della sorte, un'equipe di cinesi starebbe tentando di clonarlo geneticamente per poi venderne copie perfette ai paesi occidentali che ne hanno estrema necessità.
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categorie: riflessioni, deliri
domenica, 11 maggio 2008

L'uomo atollo.

Sostanzialmente, non c'è niente da fare, se la donna è essenzialmente una scimmia, l'uomo è fondamentalmente puttaniere. Sì, ok, forse qualcuno che si discosta dalla banalità della definizione c'è, ma è incontrovertibile che il 99,9% dei maschi dell'homo sapiens sia un inguaribile donnaiolo, a tutte le età e a tutte le ore, tutti i santi giorni dell'anno.

Oc lengua e man i g'ha sempar vint'an, cioè occhi, lingua e mani hanno sempre vent'anni. In questo sintetico detto o motto natural-popolare è circoncisa tutta la verità di cui ogni uomo è intimo ed ipocrita custode. Sì, perché mi sono spesso scagliato contro l'ipocrisia femminile, anche difendendola a mouse eretto, ad onor del vero, ma devo e non posso fare a meno di ammettere che noi uomini siano infinitamente peggiori.

Innanzitutto, perché l'uomo tende a peggiorare con l'età. Infatti, man mano che s'affloscia la sua potenza sessuale, crescono in maniera progressiva, e con passo inversamente proporzionale, la sua millanteria, la sua smania di raccontare presunte o reali conquiste agli amici e la sua propensione anche solo mentale al tradimento.

Lo scrivo per un senso di giustizia nei confronti delle ignare fidanzate e mogli, ma anche, non lo nego, per il sano gusto della competizione e per cercare di sfoltire un po' la concorrenza. Mah, ci credo veramente a quello che scrivo?

Fatto sta che i luoghi comuni, quelle storielle sugli uomini cacciatori incalliti, su quelli che ogni lasciata è persa, sono tutte dannatamente vere. Lo so perché sono una spia, un infiltrato che carpisce con l'inganno la fiducia dei miei simili per poi usare queste informazioni a mio esclusivo vantaggio. Comunque, non che vi voglia molto a farli cantare. Basta dar loro il là ed ecco che parte il tourbillon delle storielle trite e ritrite, ma arricchite ogni volta da nuovi e gustosi particolari che svelano la natura pressoché farlocca di buona parte delle piccanti vicende. Resta però il succo: lui, fidanzato, ci ha provato con una lei. Che poi la lei fosse una rappresentante di aspirapolveri e che lui abbia comprato l'intera serie, indebitandosi sino al 2036, per poi non cuccare assolutamente nulla, poco importa. Lui rivolterà la frittata come il migliore degli chef e farà figurare che in realtà è stata la rappresentante ad inseguirlo sino a casa della fidanzata, col rischio di mandare a monte un rapporto idilliaco.

Oppure, potrei raccontarvi di come ho visto sparire secondi cellulari in un batter d'occhio, quando la moglie ha pensato bene di fare un'improvvisata in ufficio senza avvertire. Roba che nemmeno il miglior prestidigitatore del mondo sarebbe in grado di fare, capacità che è invece conferita istantaneamente dalla paura d'essere evirati seduta stante di fronte ad un pubblico di colleghe adoranti, in una versione femminista di Indiana Jones ed il tempio maledetto. Potrei, ma non lo farò, perché credo fortemente nella solidarietà di genere.

Dal punto di vista antropologico, c'è da capirli. L'uomo è un fecondatore, cioè una marionetta nelle mani dell'evoluzione, un pupo siciliano tirato da fili d'ormoni, un burattino telecomandato da femmine con pile duracell. L'uomo è un meccanismo molto più semplice rispetto alla donna, molto più lineare, che reagisce in maniera repentina a tutta una serie di segnali e di stimoli altrettanto elementari. Un ammiccamento, un sorriso, uno sguardo che per sbaglio incrocia il suo, sono tutti segnali che hanno, per la maggior parte dei maschi, un'interpretazione univoca: disponibilità all'accoppiamento. Perché l'obiettivo basilare d'ogni uomo eterosessuale è quello d'infilare il pene in qualsiasi cosa che assomigli anche solo vagamente ad una vagina. Poi, da questo basic instinct si ramificano tutta una serie di sovrastrutture ipocrite, tra le quali c'è senza dubbio anche l'amore, sovrastrutture che però prima o poi sono destinate a crollare mostrando il lato orrendo della questione, cioè che vostro marito, fidanzato o compagno, è un porco schifoso che ci proverebbe anche con vostra sorella, con vostra madre e pure con la vostra povera nonna, se fosse ancora al mondo.

Davvero, non è per essere cinico. All'interno di ogni uomo sessualmente attivo si nasconde un suino, anche se nulla ho da obiettare su questo bistrattato animale da insaccare.

Secondo i dati in mio possesso, l'età più critica è tra i quaranta ed i cinquanta, cioè quando s'inizia a sospettare che i trenta non torneranno più e che dopo i cinquanta aleggerà minacciosa, sopra la nostra testa, l'ombra blu di quegli avvoltoi implacabili che sono le pastiglie di Viagra. Sì, decisamente, ne avverto io, che ne ho trenta cinque, l'inquietante presenza ed il sinistro sghignazzare, figuriamoci dopo in cinquanta.

E che c'entra l'atollo? No, niente, forse è solo una metafora dell'uomo che ama o vorrebbe circondarsi di tante isolette su cui approdare a piacimento, come il proverbiale uomo marinaio che ha una donna in ogni porto e che ad ognuna è pronto a dichiarare amore eterno, fedeltà garantita e luci accese anche di giorno. Sempre.

Comunque, per la legge dei grandi numeri, qualche uomo che s'innamora davvero deve esistere. Ed anche qualcuno che si ferma prima del tradimento vero e proprio, forse per paura che gli piaccia troppo. Meglio di niente, no?
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giovedì, 08 maggio 2008

L'ipocrisia è ciò che ha creato l'universo.

Forse non tutti sanno che l'etimologia del termine ci conduce nell'antica Grecia, dove un attore, o meglio, un imitatore, venne appellato ipocrita, in quanto riusciva ad ingannare gli spettatori con la modulazione della voce e pure con le movenze del corpo, donando l'impressione d'essere ciò che non era.

Ipocrita è quindi colui che simula (letteralmente deriva da ypò, sotto, e kritès, spiegazione). Adesso, dimenticate per un attimo l'accezione negativa con cui il termine viene troppo spesso usato, e pensate a come è facile per noi mentire, ovvero creare realtà parallele, distorte, mezze bugie camuffate da mezze verità.

Pensate allo straordinario potere dell'immaginazione. Voglio che un elefante rosa a pois azzurri svolazzi sulla testa di Berlusconi e poi gli scagazzi sulla pelata una bella diarrea giallo fosforescente? Lo posso immaginare e per me è concreto tanto quanto la realtà.

La simulazione è una peculiarità del divino, cioè dell'atto del creare dal nulla, così come è necessariamente stato generato l'universo, giacché il regresso infinito ci conduce ad un momento in cui solo il niente esisteva.

Il paradosso è una dimostrazione per assurdo che risolve antinomie logiche come l'esistenza del nulla. Quindi, quando ne si trova uno, si è giunti ad una verità, che è di conseguenza sempre doppia ed indeterminabile in assoluto. Se vedo una faccia della medaglia, non posso vedere l'altra, e posso uscire dall'impasse solo facendola roteare, confondendo i due lati in uno, il quale rappresenta la realtà, ma non lo è.

La realtà è quindi fittizia, mentre sono concrete le ipocrite rappresentazioni che deriviamo da essa. Infatti, allo stesso modo con cui una doppia negazione afferma, la consapevolezza della natura illusoria dell'immagine del mondo è la cosa più concreta che possa esserci. Più concreta del marmo, dell'acciaio e di tutte le cose che ci sembrano così "dure", così pesantemente materiali.

D'altra parte, è evidente che l'unica verità ammissibile sul piano strettamente ontologico è il nulla come insieme ad entropia pari a zero (in cui è impossibile che un evento come la creazione dell'universo accada), cioè che contiene tutte le informazioni possibili ed immaginabili, cioè Dio.

L'universo è quindi stato creato dalla contraddizione dell'assurdo, come se il nulla avesse rifiutato di essere tale e si fosse quindi contorto, divelto, rigirato su se stesso sino ad ingannarsi, provocando la più clamorosa crisi psicologica della Storia, della quale paghiamo ancora le conseguenze, al di là della fortuna e della sfortuna con cui la giudichiamo.

Conclusione: Dio c'è, ma coincide con l'insieme vuoto. In altri termini: è talmente perfetto da non aver nemmeno bisogno di esistere o di fare finta di esserci. Si spiegano tante cose, vero?

Postilla: qual è quell'essere in grado di creare nuove esistenze? La donna, bravi. Ecco perché è così ipocrita. Deve simulare anche d'essere perfetta, pur essendo imperfetta tanto quanto l'uomo. Siate quindi comprensivi, uomini.
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categorie: riflessioni
lunedì, 05 maggio 2008

L'era della sgnacchera.

Il futuro è delle sgnacchere, senza ombra di peli sopravvissuti a cerette non sufficientemente ardenti. Ci attendono ere di sgnacchere con le nacchere, che balleranno sui nostri pelosi e flaccidi scroti, con delle belle scarpe col tacco, ottime per spremute di zebedei che nessuno vorrà mai bere.

La sgnacchera, così onomatopeicamente concreta, ricorda il suono delle pozzanghere che ci divertivamo ad esondare da bambini, con gli stivali di gomma colorati, con l'innocenza tipica degli anni settanta, un'innocenza fatta di capelloni, di pantaloni troppo grandi, a spina di pesce, e di centoventotto dagli orrendi colori pastello. Ma lo ricorda solamente, quel suono, perché in verità la sgnacchera aveva già vinto allora, con le grandi battaglie femministe sull'aborto e sul divorzio, ed adesso sta infierendo.

O forse no. Forse siamo noi maschi che non abbiamo più voglia di combattere contro di loro, bensì con loro, nonostante qualche ostinato sia ancora presente. Fatto sta che la sgnacchera che lo sgnaccherà, bene che vada, in faccia, il proprio potere ottenebrante. Perché essa non ha rimorsi, né rimpianti, poiché troppo piena di sé per essere compassionevole.
postato da: GanJo alle ore 23:48 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni, deliri
sabato, 19 aprile 2008

Le donne lo fanno meglio.

Ipotesi: le donne sono in grado di fingere orgasmi.

Tesi: questa capacità di simulazione si manifesta anche in altri ambiti, quindi le donne sono in grado di fingere, in generale, con maggiore credibilità rispetto agli uomini.

Dimostrazione: sono le donne quelle dubbiose sui sentimenti, in quanto ne sono indubbiamente portatrici sane, mentre gli uomini, ragionando perlopiù con il cervello sovra ed intrascrotale, riescono ad essere meno ipocriti, quindi più sinceri con se stessi. Ora, ammesso e non concesso che l’ipocrisia sia soprattutto donna, le conseguenze di quest’eterno inganno su quello che una femmina prova per il proprio partner è ciò che ha permesso all’umanità di perpetuarsi.

È nell’indecisione che si concepiscono i figli. Questo ribalta lo stereotipo della donna che ricerca soprattutto sicurezza e stabilità al fine procreativo. Non è così. Sarà anche pur vero che questo fenomeno di consolidamento accade, ma è fuor di dubbio che esiste ed è comprovato anche il processo opposto, ovvero la ricerca di un figlio come collante di un rapporto ballerino.

Lungi da me l’idea di fare del moralismo o di giudicare negativamente le donne che così si comportano, tuttavia, ora che si sta sgretolando il velo di mistificazione del matrimonio, appare in tutta la sua ovvietà la tesi di cui sopra. Onore al merito, quindi.

L’ipocrisia, la simulazione e la finzione sono peculiarità del divino. Il futuro delle trasmissioni è quindi delle donne. L’uomo è solo una comparsa, tuttalpiù un buon cameraman, al massimo un buon eiaculatore da film porno.
postato da: GanJo alle ore 09:13 | link | commenti (10)
categorie: riflessioni
mercoledì, 16 aprile 2008

La danza dei gravi.

Cioè, secondo me è una questione di baricentro, anche se si tratta evidentemente d’un fenomeno globalizzato e globalizzante, non circoscritto al solo punto d’equilibrio della leggiadra cittadina pugliese. Globalizzato, perché la forma è quella e perché lo abbiamo importato dagli states, globalizzante, perché la forma è quella e perché lo abbiamo importato dagli states. Ma non si tratta, come qualcuno potrebbe essere indotto a pensare, della solita moda parishiltoniana o britneyesca, del tipo “siccome ho una vagina, allora mi devo comprare una macchina supersportiva e tenermi alla larga dai negozi di mutandoni della nonna, così penderanno tutti dalle mie grandi labbra, altrimenti qualcuno si potrebbe accorgere che non so fare un cazzo”, bensì di qualcosa di più grave, d’una danza che ha cioè come soggetto interpretativo la forza di gravità. Mi riferisco all’ostentazione delle gravidanze, chi lo avrebbe mai pensato, dopo tutto questo pleonasmo, eh!?!

Se non ricordo male, la prima a farsi sbattere sulla copertina di un qualche settimanale patinato fu Demi Moore, sbattimento che la rese “pregna” (incredibile la somiglianza con l’inglese, non trovate?) e la indusse a farsi sbattere per la seconda volta su quella stessa copertina, perché una copertina è l’ideale per non macchiare il divano buono con dei luridi liquidi biologici.

Fatto sta che, da allora, miriadi di starlette di tutto il mondo la seguirono a ruota, anche se qualcuna dovette seguire un apposito corso presso acrobati e ginnasti specializzati nell’esecuzione di questa difficilissima figura a corpo libero. Quindi, se vi capita di guardare La vita in diretta o di leggere qualche giornale scandalistico, non potrete fare a meno di notare quanto il fenomeno dell’ostentazione delle gravidanze sia grave. E se, dalla parrucchiera, sederete a fianco d’una arzilla vecchietta, non potrete esimervi dall’ascoltare i suoi cesarei commenti su come un tempo fosse considerato disdicevole farsi fotografare o addirittura uscire in pubblico mentre si era incinte, chiaro e lampante esempio di segregazione vetero-testamentaria, tipica di una società in cui il sesso era qualcosa che accadeva, ma di cui nessuno ammetteva l’esistenza, un po’ come le cenette a lume di candela tra Veltroni e Berlusconi, mano nella mano e con gli sguardi persi nel vuoto dell’altro.

Abbiamo quindi questa danza di panze gonfiate con liquido amniotico, questo carosello di mongolfiere, ancorate da anchor-man ingravidanti al palinsesto mediatico, che si trascina da un contenitore pomeridiano ad un set fotografico, per ostentare il fatto d’essere state ingravidate in date gravi, pesanti come macigni, sulla base delle quali tutte le comari mummificate dai caschi per la messainpiega faranno triangolazioni spazio-temporali al fine di determinare il giorno del lieto evento.

Ma forse, tutto sommato, è meglio così. Certo, qualcuno che storcerà il naso per la strumentalizzazione della gravidanza ci sarà sempre, ma credo che, come in tutte le cose soggette alla legge di Newton, prima o poi si troverà un punto di equilibrio tra il nascondere e l’ostentare.

postato da: GanJo alle ore 09:25 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni
domenica, 09 marzo 2008

Marcire le convinzioni.

Se per caso siete arrivati al punto d’aver maturato delle convinzioni, il mio consiglio è quello di lasciarle marcire, per ottenere un buon compost fertilizzante con cui far rinascere nuovi e rigogliosi alberi di idee e buone azioni.

Questo è l’insegnamento della Natura. In Natura non ci sono certezze, né dogmi, bensì cicli che si ripetono, sempre diversi, anche se ad uno sguardo superficiale potrebbero apparire uguali. Ma non è così.

La natura della Natura è mutevole. Non esiste un giorno che sia uguale anche ad uno solo di quelli che lo hanno preceduto ed è solo nell’illusione dell’Uomo tentare di fermare il divenire in una fotografia in cui siamo sempre sorridenti.

La Natura è un esperimento in cui esperire all’infinito. Non ci sono contratti in Natura. Niente è scritto in via definitiva. Questo è il suo lato terribile ed angoscioso che l’Uomo ha cercato di eliminare regalandolo alle divinità!

Ma io adesso lo voglio indietro! Voglio sentire l’odore del marcio, l’odore della paura e dell’angoscia, l’odore della morte! Perché è ciò che mi rende vivo.


postato da: GanJo alle ore 13:52 | link | commenti (7)
categorie: riflessioni, deliri, prosa

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