Che chi dice che il dolore fa maturare. Soffrire aiuterebbe quindi ad avere una visione della realtà meno infantile. Perché? In seguito a quale processo dovrebbe avvenire ciò?
Vediamo. Un bambino che riceve uno schiaffo si mette a piangere e soffre, perché non comprende il motivo di quel gesto. Lui credeva che dipingere le pareti di casa con dei simpatici pennarelli indelebili fosse la cosa più spassosa del mondo. Ma il genitore la pensa diversamente, perché nella sua concezione di casa sono previste pareti linde che comunichino ordine, pulizia, quindi anche rigore mentale da parte del proprietario, ergo rispetto da parte della società. Di conseguenza, la libertaria visione del bambino verrà corretta a suon di manrovesci. Ma la sua sarà maturità o sarà semplicemente un'adeguarsi ad un'idea preesistente?
Altro esempio. Le pene d'amore. Tu ti innamori, lei ti dice di no, con la variante assai più dolorosa dell'illusione che ti tiene sulle spine, in un limbo fachirico nel quale non trovi conforto dall'essere uno dei tanti dai quali lei sugge autostima a spese della tua. Soffri come un cane ed alla fine ti rendi conto che di questo dolore solo tu sei responsabile, solo tu le stai permettendo di usarti. Quindi, ad un certo punto, ti costruisci una corazza dentro cui chiudi a chiave anche il tuo cuore, dietro una porta blindata a tripla mandata. Ma questa è maturità o è solo paura di soffrire nuovamente?
Credo che la risposta ci venga dalle unghie ed in particolare da quelle che hanno la brutta tendenza a reincarnarsi, cioè, in pratica, dalla metempsicosi onicologica. Ora, è chiaro che un'unghia incarnita provoca dolore, quindi fa maturare in noi la convinzione che la si debba liberare dalla prigione della carne. Ma questa poi se la riprende, la ingloba nuovamente, forse perché è la stessa unghia a volerlo, ciclicamente. La soluzione, quindi, qual è? Arrendersi a questo fenomeno? Estirpare il problema alla radice togliendo completamente le unghie o peggio amputandosi i piedi? Sarebbe come rinunciare all'amore o a dipingere le pareti di casa. Io credo invece che si debba avere anche il coraggio di soffrire, nella consapevolezza che da ogni situazione si può ricavare un insegnamento, ma accettando anche il fatto che il fato ci può essere avverso per ragioni che non sono spiegabili. Ecco, si deve amare anche il più tragico dei destini, questa è la maturità che non è rassegnazione. Non è apatia, atarassia, bensì contemplazione puntualmente partecipativa.
Mi spiego meglio, perché così sono troppo accartocciato.
Contemplazione: un incessante e consapevole sguardo sulla realtà fatto di distacco e di stupore.
Puntualmente: in senso spazio temporale; si deve vivere il presente ed evitare quindi di perdersi nella rimuginazione del passato o nella fantasticazione del futuro.
Partecipativa: la via migliore per non soffrire sembrerebbe quella che ognuno si facesse i cazzi propri. In realtà, molto meglio sarebbe partecipare a quelli degli altri senza la necessità di dimostrare d'averlo più lungo, più bello e, soprattutto, senza metterlo nell'ano di nessuno che non ne abbia fatto esplicita e non fraintendibile richiesta.
Naturalmente, facile a scriversi, ma non a farsi. Resta il fatto che le unghie, soprattutto quelle lunghe, la sanno lunga.