giovedì, 28 maggio 2009

Silvio è rock.

Come nella peggiore tradizione scandalistica internazionale, Silvio Berlusconi s'appresta ad essere il Presidente del Consiglio più rock che sia mai esistito.

Ed era ora! Dopo anni ed anni di democristiani impotenti e sessualmente repressi, nonché cattolicamente genuflessi ed emaciati dalla smania di mortificazione della carne, finalmente un premier che ci dà dentro con le troie e le puttane, che si consacra quindi a quella grande e maestosa divinità a cui tutti gli uomini di buona e robusta volontà dovrebbero dedicare tutta la loro esistenza: la figa.

Almeno, io spero sia così. Meglio un presidente "impicciato" perché puttaniere che uno esautorato in quanto mafioso. Un'uscita di scena di gran classe, che lo immortalerà per sempre nell'Olimpo dei grandi statisti accanto a Bill Clinton e a Thomas Jefferson.

Sì, ammettiamolo, sarebbe il finale perfetto che lo renderebbe l'italiano per antonomasia, un simbolo che le generazioni future prenderanno ad esempio per la realizzazione delle proprie luciferine aspirazioni.

Da uomo di umili origini, Silvio è riuscito, grazie ad abili intrallazzi, a costruirsi un impero più che dignitoso e quando è stato minacciato dai poteri corrotti dello Stato, se ne è appropriato con una mossa che ha spiazzato tutti, quasi una sceneggiatura alla The Untouchables. Non contento di quanto fatto, ha deciso di dare un ulteriore impulso hollywoodiano ad una carriera che aveva già dell'incredibile, quasi volesse competere con chi aveva abbondantemente surclassato in termini di popolarità ed idolatria, cioè quel Steve McQueen dalla vita spericolata omaggiato da Vasco Rossi.

Silvio l'incontentabile cannibale, potremmo chiamarlo, come Eddy Mercx che voleva vincere tutto ed umiliava gli avversari con la propria strapotenza, tanto che la morettiana definizione di Caimano diventa riduttiva ed anche sterile per capire cos'è e cosa sarà Berlusconi dopo che saranno uscite le scandalose intercettazioni di cui tanto si parla in questi giorni.

Silvio è già un dio in terra, ma quando si scoprirà che tromba e sniffa coca come e meglio di una rockstar, diventerà qualcosa di più. Credo ci saranno scene d'isterismo di massa, gente che si darà fuoco e che si getterà dai palazzi dichiarandogli amore eterno. Niente sarà più come prima. Sarà l'inizio di una nuova era che vedrà l'Italia divenire la guida di un nuovo rinascimento mondiale, con una colonna sonora heavy metal che inneggerà ad un enigmatico numero della bestia che tutti adoreranno. E solo chi porterà tale numero sul palmo della mano o sulla testa potrà comprare e vendere materassi, pentole e poltrone massaggianti.

[fonte avvelenata]

postato da: GanJo alle ore 12:21 | link | commenti (6)
categorie: politica
giovedì, 30 ottobre 2008

Accessori.

Ogni sera, prima di addormentarmi, ho un’idea a lame elicoidali che mi frulla nella testa. Sollevo la calotta cranica, subdolamente incernierata alla larghezza dell’occipitale, ed immergo l’accessorio. Accade quindi che il cervello venga ridotto in poltiglia, una gelatinosa bevanda ipocalorica a base di lipoproteine e radicali liberi del subcosciente. Poi, con una cannuccia snodabile – altra sublime invenzione! – mi bevo l’encefalo, il mesencefalo ed il cervelletto, senza grumose distinzioni papillari o pruriginosi pregiudizi olfattivi. Quindi m’addormento. Ed ogni mattina non posso fare a meno di meravigliarmi nel trovare un gheriglio nuovo di zecca, cresciuto chissà quando e chissà come dentro la confezione apparentemente ancora integra. Ora sento l’impulso irrefrenabile a comprare un nuovo accessorio: uno schiaccianoci con timer programmabile e livello di veglia non escludibile.
postato da: GanJo alle ore 12:39 | link | commenti (13)
categorie: deliri, prosa
domenica, 19 ottobre 2008

Finché morte non vi separi.

postato da: GanJo alle ore 08:34 | link | commenti (2)
categorie: deliri
martedì, 07 ottobre 2008

Cosa fa notizia?

E comunque non è detto che se un uomo morde un cane questa debba essere la notizia che tutti vorrebbero fosse data loro in pasto, come se i telespettatori fossero un branco, affamato, di canidi bavosi e macilenti pronti a dilaniarsi sino all'ultimo sangue. No, decisamente, il telespettatore medio è attratto anche da altre coscie.

E comunque, così, nella mia più che trentennale missione esplorativa della galassia televisiva, mi sembra che ciò che fa notizia, nel senso di quelle nius che colpiscono l'immaginario collettivo, ferendolo, commovendolo o anche solo facendolo fermare un attimo causa sindrome del curioso che non ha un cazzo da fare, sia così schematizzabile:

1. Tuo figlio si droga. Quando di mezzo c'è la droga, le orecchie, soprattutto genitoriali, hanno un'erezione degna del miglior Rocco Siffredi. Perché per un genitore avere un figlio che si droga è una tragedia immane, un'onta indelebile che rende manifesta l'incapacità educativa del prolificatore; ed anche un concreto pericolo per le sue tasche. Un figlio drogato è peggio di un figlio serial killer piduista stupratore tesserato prima con Forza Italia ed adesso col PdL. Perché un figlio serial killer piduista stupratore tesserato prima con Forza Italia ed adesso col PdL lo difendi a spada tratta, ma un figlio che si fa le spade come fai a difenderlo a spada tratta? Ma, scherzi a parte, la droga è davvero uno spauracchio. Forse perché la maggior parte delle persone non sa nemmeno come sia fatta e ne ha sempre e solo sentito parlare ora come una cosa che toglie inibizioni e paure, ora come una cosa bruttissima che ti distrugge l'esistenza, quindi, nell'uno e nell'altro caso, ne ha paura; forse perché un giusto pregiudizio reverenziale è stato amplificato dallo stato che vende alcol e sigarette; forse anche perché se sei ad un rave party e fai una colletta per comprare una pasticca e poi ci resti secco, non è che puoi invocare chissà quale sfiga cosmica che ha colpito te tra migliaia di giovani di brutte speranze; forse perché non ci si rende conto che esistono droghe molto più infide, come il perbenismo, l'ipocrisia e la religione cattolica, quindi si punta il dito contro il drogato che si fuma una canna per dire "io non sono come lui", non rendendosi conto che si è molto, ma molto peggio.

2. Stranieri in terra straniera. Precipita aereo con quattrocento persone a bordo, più un numero imprecisato di portoghesi legati alla carlinga, ma, per fortuna, nessun italiano tra le vittime. Eh, già, perché esiste una nemmeno troppo occulta classifica che stabilisce il valore dei morti, dei deceduti e degli ammazzati in base alla nazionalità. Adesso, io stesso quando vedo un'auto con a bordo quattro facce poco rassicuranti, che mi sembrano non italiane, aggirarsi per le strade dando l'idea d'essere alla ricerca di non sa cosa, sono colto da un sentimento di disgusto e di ripugnanza. Questo è normale. La paura per il diverso ha un fondamento evolutivo che discende dall'istinto di sopravvivenza e che è quello stesso sentimento che faceva scappare i nostri progenitori dalle tigri dai denti a sciabola. Ma un conto è avere consapevolezza di quest'instinto, altra cosa è strumentalizzare notizie unidirezionali per accrescere la xenofobia congenita ed usare quindi un consenso popolare creato ad hoc per fini politici.

3. Crash test dummies. L'incidente automobilistico ha sempre il suo fascino. Non c'è niente da fare. Osservare la gente incastrata nelle lamiere, vedere la materia biologica di cui siamo costituiti confondersi con quella inorganica dei nostri amati/odiati mezzi di locomozione ha un che di esoterico a cui difficilmente una mente curiosa può sottrarsi. Ok, tutto ciò ha anche una connotazione sicuramente morbosa, ma rallentare sulla corsia opposta per ammirare un groviglio di automobili è come osservare uno squarcio di futuro, uno scenario in cui anche noi un giorno potremmo essere attori o scomparse. D'altra parte, non c'è da stupirsi se ciò accade. Siamo un popolo cresciuto con la storiella di un Dio torturato tra indicibili sofferenze, quindi è logico che in molti abbiano il desiderio di vedere quanto un comune mortale possa assomigliare alla divinità. Ma è un pensiero che dura poco. Perché poi si accelera e ci si lascia tutto alle spalle, illudendosi che a noi non capiterà mai, schiacciando a fondo sul pedale del gas esilarante.

4. Tempus fugit. Il sole stilizzato. La nuvoletta nera coi lampi appesi come bargigli di uno strano mollusco. Le cozze scelte come meteorine per rendere meno noiosa la previsione per località di cui non ci frega un cazzo. In una società resa meteoropatica dall'idea che solo in vacanza è vera vita, mentre tutto il resto è tempo sprecato, le previsioni del tempo rappresentano un momento interlocutorio, in cui non si è né morti né vivi: semplicemente, si attende, si spera, magari ci si arrabbia un pochino per la gita fuori porta da rimandare a data da cestinarsi. Come tutta la nostra vita trascorsa davanti alla televisione, mentre dietro c'è chissà quale baldoria riparia.

5. Tutto il resto è riempitivo. La politica, le notizie utili, la cronaca rosa, nera, lo sport, lo spettacolo e le notizie scientifiche sono imbottitura. Sono notizie che vengono date perché bisogna darle, ma il telespettatore ne farebbe volentieri a meno. Sì, ok, qualcuno che sembra realmente interessato a sapere com'è finita l'amichevole estiva con la Conglomeratese c'è, ed anche più di una persona che ascolta apparentemente attento il resoconto dei lavori parlamentari, ma è più un voler fingersi impegnati che una vera ed incondizionata partecipazione. No, le notizie che ci destano dal nostro eterno riposo sono quelli di cui sopra. Quelle che in qualche modo ci ricordano come un tempo fossimo esseri viventi e non dei gerundi dediti alla programmazione di quei videogiochi che sono le nostre compilate vite.
postato da: GanJo alle ore 08:31 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni
sabato, 27 settembre 2008

La poesia della decomposizione. Ferm'immagine.

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categorie: poesia
sabato, 20 settembre 2008

Metempsicosi onicologica.

Che chi dice che il dolore fa maturare. Soffrire aiuterebbe quindi ad avere una visione della realtà meno infantile. Perché? In seguito a quale processo dovrebbe avvenire ciò?

Vediamo. Un bambino che riceve uno schiaffo si mette a piangere e soffre, perché non comprende il motivo di quel gesto. Lui credeva che dipingere le pareti di casa con dei simpatici pennarelli indelebili fosse la cosa più spassosa del mondo. Ma il genitore la pensa diversamente, perché nella sua concezione di casa sono previste pareti linde che comunichino ordine, pulizia, quindi anche rigore mentale da parte del proprietario, ergo rispetto da parte della società. Di conseguenza, la libertaria visione del bambino verrà corretta a suon di manrovesci. Ma la sua sarà maturità o sarà semplicemente un'adeguarsi ad un'idea preesistente?

Altro esempio. Le pene d'amore. Tu ti innamori, lei ti dice di no, con la variante assai più dolorosa dell'illusione che ti tiene sulle spine, in un limbo fachirico nel quale non trovi conforto dall'essere uno dei tanti dai quali lei sugge autostima a spese della tua. Soffri come un cane ed alla fine ti rendi conto che di questo dolore solo tu sei responsabile, solo tu le stai permettendo di usarti. Quindi, ad un certo punto, ti costruisci una corazza dentro cui chiudi a chiave anche il tuo cuore, dietro una porta blindata a tripla mandata. Ma questa è maturità o è solo paura di soffrire nuovamente?

Credo che la risposta ci venga dalle unghie ed in particolare da quelle che hanno la brutta tendenza a reincarnarsi, cioè, in pratica, dalla metempsicosi onicologica. Ora, è chiaro che un'unghia incarnita provoca dolore, quindi fa maturare in noi la convinzione che la si debba liberare dalla prigione della carne. Ma questa poi se la riprende, la ingloba nuovamente, forse perché è la stessa unghia a volerlo, ciclicamente. La soluzione, quindi, qual è? Arrendersi a questo fenomeno? Estirpare il problema alla radice togliendo completamente le unghie o peggio amputandosi i piedi? Sarebbe come rinunciare all'amore o a dipingere le pareti di casa. Io credo invece che si debba avere anche il coraggio di soffrire, nella consapevolezza che da ogni situazione si può ricavare un insegnamento, ma accettando anche il fatto che il fato ci può essere avverso per ragioni che non sono spiegabili. Ecco, si deve amare anche il più tragico dei destini, questa è la maturità che non è rassegnazione. Non è apatia, atarassia, bensì contemplazione puntualmente partecipativa.

Mi spiego meglio, perché così sono troppo accartocciato.

Contemplazione: un incessante e consapevole sguardo sulla realtà fatto di distacco e di stupore.

Puntualmente: in senso spazio temporale; si deve vivere il presente ed evitare quindi di perdersi nella rimuginazione del passato o nella fantasticazione del futuro.

Partecipativa: la via migliore per non soffrire sembrerebbe quella che ognuno si facesse i cazzi propri. In realtà, molto meglio sarebbe partecipare a quelli degli altri senza la necessità di dimostrare d'averlo più lungo, più bello e, soprattutto, senza metterlo nell'ano di nessuno che non ne abbia fatto esplicita e non fraintendibile richiesta.

Naturalmente, facile a scriversi, ma non a farsi. Resta il fatto che le unghie, soprattutto quelle lunghe, la sanno lunga.
postato da: GanJo alle ore 12:00 | link | commenti (10)
categorie: riflessioni, deliri
martedì, 09 settembre 2008

Mente frisca.

Mentre ero in strane faccende stranamente affaccendato, si è formata nella mia mente una domanda: una mente semplice tende a semplificare una realtà complessa o una mente complessa tende a complicare una realtà semplice? Forse per risolvere il dilemma può aiutare sapere che le faccende in cui ero affaccendato erano le tende e la loro giustapposizione post-detersione in elettrodomestico dotato di centrifuga e cestello dosatore per detersivi ed ammorbidenti, nonché di una simpatica manopola per la selezione di vari programmi e cicli combinati, tra i quali non posso proprio fare a meno di citare i colorati, i delicati, i chiari, gli scuri, i mezzi toni e le scale di grigi che, per evitare spiacevoli equivoci, ci tengo a precisare, non sono delle piramidi d'alieni acrobatici, né una variante minimalista dell'esistenzialismo berlinese degli anni venti.

E non vorrei nemmeno per un attimo dubitare del fatto che anche il manicheismo ha un suo motivo d'esistere. Infatti, una visione della realtà che distingue nettamente il bianco dal nero è senz'altro utile quando nel cestello della biancheria troviamo indumenti bianchi ed indumenti neri (le mutande, magari, no, visto che il nero smagra...cosa che mia moglie ha verificato di persona...nel senso che da quando si è messa con quell'africano che non parla bene l'italiano ma si fa capire bene quando vuole è dimagrita tantissimo...fanno delle lunghe passeggiate, dice).

Insomma, avere una mente semplice, manichea, di manica larga con se stessa, potrebbe, in alcuni casi, essere vantaggioso. Per esempio, se mi ritrovassi di fronte un africano dotato di lancia e con un enorme anello al naso, dall'aspetto piuttosto incazzato e/o non amichevole, potrei di certo tentare di instaurare una conversazione, un dialogo, parlargli dell'esistenzialismo berlinese degli anni venti, ma forse la soluzione migliore sarebbe quella di darsela a gambe levate e di non fare tanto il comunista schizzinoso, duro e puro, nel caso trovassi lì poco lontano una Ferrari 612 Scaglietti con lo sportello aperto, il motore acceso e gli interni in pelle beige. Insomma, anche se preferirei il velluto nero, forse potrei chiudere un occhio, non credete?

Ed è un po' la logica sbrigativa alla Indiana Jones, nel celebre duello con l'indiano munito di spada che fa roteare in segno di sfida al noto archeologo. Ricordate? Indiana guarda con sufficienza quell'esibizione e poi, annoiato, gli spara. Bravo! Devo ammettere che ho riso assistendo alla scena, anche se, pensandoci, esprime qualcosa d'ontologicamente atroce: quando due uomini s'incontrano, uno con una pistola ed uno con una spada, quello con la spada è meglio che si faccia in vena.

Mah. Cosa volevo scrivere? Boh. Ah, sì. Le menti semplici semplificano, sicuro. Il che, come visto, non è detto che sia un male. Ma le menti complesse non complicano. Semmai possono perdersi in una marea di dettagli, tuttavia la realtà ha sempre un grado d'imponderabilità più elevato di qualsiasi mente, quindi è un problema di proporzioni. Considerando la mente come un filtro (lo è), maglie larghe permettono il vaglio dei corpuscoli più grossi e grezzi di realtà, mentre maglie più fitte catturano anche quelli più piccoli e spesso insignificanti, ma sicuramente anche molto preziosi, lasciando comunque transitare una buona parte della rena che attraversa in ogni istante il nostro corpo spiaggiato.
postato da: GanJo alle ore 08:44 | link | commenti (10)
categorie: riflessioni, deliri
martedì, 26 agosto 2008

Vi siete già estinti...

dormienti... e nemmeno ve ne siete accorti. Da millenni giacete sotto spesse coltri di polvere, consunti, raggrinziti, probabilmente morti. Ma quello che spaventa, quello che stringe le budella, è che davvero non ve ne siete accorti. Si capisce dall’espressione indifferente, mortalmente anonima, la stessa che avevate quando eravate vivi.

Quello che vi ha ucciso è la brama di potere, di successo, di denaro ed anche di popolarità. Quello che più desideravate nella vita era essere famosi, riconosciuti dalla gente comune, ammirati ed invidiati dal maggior numero possibile di persone. Perché non c’è niente di peggio che essere uno qualunque, pensavate. Lo avevate persino sentito in un film ed avete sperimentato su voi stessi il peso di questa verità.

Ma forse è stato proprio in quel momento che la polvere ha iniziato a depositarsi su di voi, ingrigendovi. Non ve ne siete accorti, troppo presi dall’inseguire i vostri progetti, le vostre carriere, fregandovene di chi passandovi accanto si turava il naso per il sepolcrale fetore che emanavate. Così, pian piano, siete diventati del colore delle foto ingiallite dei morti.

Siete comparsi, lentamente, accanto a vostro padre e a vostra madre, andando a ricomporre un bel quadro di famiglia. Solo che nemmeno loro se ne sono accorti ed hanno mantenuto la stessa ieratica espressione di sempre, quella immortalata in un giorno qualsiasi di cui nemmeno vi ricordate, perché forse nemmeno eravate nati.

Eppure, in una foto di quando eravate bambini, l’espressione era un’altra. C’era vita, in quel sorriso. C’era dolore, in quel pianto. E c’era speranza in quello sguardo perso verso orizzonti troppo presto naufragati.

Vi ha ucciso la sete. Un’insaziabile sete di supremazia e di dominio che vi ha reso aridi come un deserto e soli come una lacrima caduta su di esso.

Vi siete già estinti e nemmeno ve ne siete accorti. Siete fossili che camminano, parlano, scrivono, si lamentano. Ecco, sì, soprattutto amate lamentarvi dell’eccessiva rigidità delle articolazioni o della sottigliezza di certi spazi, come farebbero, se potessero, le persone imprigionate dentro le foto dei morti.
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categorie: deliri, prosa
mercoledì, 23 luglio 2008

Le donne non mi cagano.


"Non c'è niente da fare. Ho provato in tutti i modi leciti ed anche con tutti quelli illeciti. Ho provato ad essere comprensivo, disponibile, simpatico, brillante...stronzo, sì, ho provato anche ad essere stronzo, ma risultati: zero. Le donne, quelle belle, non mi cagano."

Firmato: una merda.


Con queste semplici ed amare parole, quasi un testamento, un manifesto di cosa significhi essere una merda oggi, noi comuni escrementi mortali vogliamo ribadire un fatto negato dalla scienza moderna: le top-model non cagano, oltre a non cagarci. Cioè, mi spiego, noi che di cagate ce ne intendiamo, in quanto parte in causa, ci rifiutiamo di credere che questi magnifici ed angelici esseri usino l'ano con lo stesso scopo con cui lo usiamo noi uomini non cagabili. Ed anche nella remota possibilità che qualcosa possa uscire da quelle chiappe così magnificamente turgide e sostenute, null'altro che margherite o altre essenze profumate può essere. Almeno così è scritto nel loro contratto con le industrie cosmetiche o di biancheria intima, e noi non siamo nessuno per dubitarne.
postato da: GanJo alle ore 08:59 | link | commenti (4)
categorie: deliri
lunedì, 09 giugno 2008

Fenomenologia cellulare.

Quanto ce piace de chiacchierà. Così faceva una pubblicità ormai sepolta nella preistoria dell'altro ieri. Chi era che pronunciava la frase? Sabrina Ferilli o Poppea? Boh, non credo faccia molta differenza, giacché il tempo, si sa, appiattisce le maggiorate.

Fatto sta che a voi italiani piace un sacco il cellulare. Ve ne siete innamorati a prima vista ed adesso veleggiate in perfetta solitudine in cima alla classifica mondiale della concentrazione di apparecchi telefonici portatili per abitante. Colgo quindi l'occasione delle ormai decidue elezioni, le prime in cui è vietato infrattarsi all'interno delle cabine per fotografarsi il pene mentre si verga un grosso fallo sulla scheda (vi lascio immaginare quale genere d'abilità sia necessaria), per sciorinare la mia personalissima visione di quel bestiario metropolitano che è l'italiano/a dotato/a di cellulare.

Il rappresentante in giacca, cravatta ed auricolare. Lo riconosci immediatamente dall'orecchio arrossato e deforme, tipo Ferengi eccitato, e dal passo cadenzato, quasi canzonatorio, nonché dal tono impostato su "ti sto leccando il culo, perché sei un mio cliente, e godo incredibilmente nel farlo, perché sono il più bravo, il migliore, il più grosso figlio di puttana pronto a fottere chiunque pensi anche solo per un istante di fottermi". Tiene il cellulare nel taschino della camicia (o nella tasca interna della giacca) e difficilmente lo vedrete prenderlo in mano, né digitare sms. Gli sms sono per gli sfigati ed il rappresentante, che non è stupido, si è naturalmente dotato di tariffa supervantaggiosa che gli permette di telefonare anche quando è seduto a tavola e vuole farsi passare il sale. Anche al ristorante, il rappresentante non ordina al cameriere. Si fa dare il numero e chiede anche d'abbassare il tono della voce, perché altrimenti l'altoparlante, per l'esigua distanza, fischia. Ma la sciagura più assurda è quella che tocca alla compagna del rappresentante che deve sorbirsi le sue conversazioni anche durante la notte. Perché il rappresentante non dorme mai e soprattutto non smette mai di parlare al cellulare. Inutile dire che quando uno di questi soggetti finisce, per disgrazia, in una zona dove non c'è campo, perisce all'istante e di lui non resta che un mucchietto di polvere grigia sormontato da un auricolare blutooth.

La ragazzina gne-gne. A tutti gli effetti è colei che sta contribuendo all'analfabetizzazione del popolo italiano. Infatti, come portatrice insana di tutte le abbreviazioni e storpiature che hanno preso vita negli sms ed adesso appestano qualsiasi cosa che preveda l'uso della parola scritta, la ragazzina gne-gne rappresenta una vera e propria piaga sociale. Scrive, come minimo, cento sms/die, e gode incredibilmente nell'umiliare i vecchi bacucchi che hanno la sfortuna di trovarvisi di fronte in qualsivoglia luogo pubblico. Infatti, tale bubbone glitterato, apparentemente innocuo, appena individua un comune fruitore di cellulare, uno che impiega almeno una decina di minuti per scrivere un sms, estrae il cellulare ed inizia a comporre endecasillabi ad una velocità tale che il telefono inizia a gemere come un gatto in calore, senza nemmeno guardare la tastiera, anzi, osservando, con aria supponente ed un po' annoiata, la vittima prescelta.

Il pistolero. Devo ammettere, con un po' di nostalgia, che è un personaggio quasi scomparso, ma che una volta s'avvistava frequentemente in Veneto e nel meridione. Infatti, quando i cellulari non si trovavano ancora come sorpresa nei sacchetti di patatine o negli ovetti Kinder, il pistolero era quello che ne portava due appesi alla cintura, come se fossero due revolver. Enormi e pesantissimi, erano una vera e propria ostentazione di benessere. Significavano: "Sì, ok, io sarò anche un burino ignorante sottoscolarizzato, però intanto c'ho due cellulari e le fighe mi sbavano dietro, pirla!". Assolutamente da non contraddire, soprattutto se di stazza superiore al quintale.

Il luddista. Ha acquistato il suo primo cellulare solo quando ha dovuto fare di necessità virtù, cioè quando, mollato dalla morosa perché non ne possedeva uno e si ostinava ad usare gli ormai scomparsi telefoni a gettoni - e solo per questioni di vita o di morte! - ha cercato di rimediare con un Motorola Dyna Tac dal peso di un chilogrammo (batteria esclusa). Inutile sottolineare come questo disperato e svogliato tentativo d'ammodernarsi risulti del tutto vano. In seguito alla delusione, il luddista abbandona solitamente la propria blanda vita sociale per ritirarsi in una comunità Amish dove si dedicherà all'allevamento di segnali di fumo ed al babysitteraggio dei piccioni viaggiatori per mezzo di un deltaplano a pedali.

L'ostinato. E' stato uno dei primi ad avere il cellulare, nei primi anni '90. Comprato controvoglia solo per far contenti i genitori apprensivi, lo ha sempre usato con parsimonia e sufficienza, ma con il rispetto che meritano le cose costose. Perché l'ostinato è fondamentalmente un taccagno professionista. Se il cellulare funziona ancora, non è necessario cambiarlo. Questo strano essere (spesso è un contadino single) è il più temuto dai rivenditori di cellulari, in quanto vi si reca solo per acquistare introvabili pezzi di ricambio, insultando chiunque abbia l'intenzione di farsi un cellulare leggero e superaccessoriato. L'ostinato si differenzia quindi dal luddista per il carattere piuttosto irsuto e l'aspetto generale fastidiosamente sfasato di dieci anni nel passato.

L'entusiasta. In assoluto, il male fatto a persona. Possiede sempre l'ultimo modello, ma si porta appresso l'intera collezione di apparecchi telefonici portatili. Tecnomane compulsivo, non sa parlare d'altro che di prestazioni hardware e software. Da evitare come la peste.

Il normale. L'ultimo esemplare si è estinto nel 2001, quando gli clonarono la SIM ed ebbe un attacco di cuore. Ironia della sorte, un'equipe di cinesi starebbe tentando di clonarlo geneticamente per poi venderne copie perfette ai paesi occidentali che ne hanno estrema necessità.
postato da: GanJo alle ore 08:24 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, deliri

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