martedì, 26 agosto 2008

Vi siete già estinti...

dormienti... e nemmeno ve ne siete accorti. Da millenni giacete sotto spesse coltri di polvere, consunti, raggrinziti, probabilmente morti. Ma quello che spaventa, quello che stringe le budella, è che davvero non ve ne siete accorti. Si capisce dall’espressione indifferente, mortalmente anonima, la stessa che avevate quando eravate vivi.

Quello che vi ha ucciso è la brama di potere, di successo, di denaro ed anche di popolarità. Quello che più desideravate nella vita era essere famosi, riconosciuti dalla gente comune, ammirati ed invidiati dal maggior numero possibile di persone. Perché non c’è niente di peggio che essere uno qualunque, pensavate. Lo avevate persino sentito in un film ed avete sperimentato su voi stessi il peso di questa verità.

Ma forse è stato proprio in quel momento che la polvere ha iniziato a depositarsi su di voi, ingrigendovi. Non ve ne siete accorti, troppo presi dall’inseguire i vostri progetti, le vostre carriere, fregandovene di chi passandovi accanto si turava il naso per il sepolcrale fetore che emanavate. Così, pian piano, siete diventati del colore delle foto ingiallite dei morti.

Siete comparsi, lentamente, accanto a vostro padre e a vostra madre, andando a ricomporre un bel quadro di famiglia. Solo che nemmeno loro se ne sono accorti ed hanno mantenuto la stessa ieratica espressione di sempre, quella immortalata in un giorno qualsiasi di cui nemmeno vi ricordate, perché forse nemmeno eravate nati.

Eppure, in una foto di quando eravate bambini, l’espressione era un’altra. C’era vita, in quel sorriso. C’era dolore, in quel pianto. E c’era speranza in quello sguardo perso verso orizzonti troppo presto naufragati.

Vi ha ucciso la sete. Un’insaziabile sete di supremazia e di dominio che vi ha reso aridi come un deserto e soli come una lacrima caduta su di esso.

Vi siete già estinti e nemmeno ve ne siete accorti. Siete fossili che camminano, parlano, scrivono, si lamentano. Ecco, sì, soprattutto amate lamentarvi dell’eccessiva rigidità delle articolazioni o della sottigliezza di certi spazi, come farebbero, se potessero, le persone imprigionate dentro le foto dei morti.
postato da: GanJo alle ore 09:16 | link | commenti (5)
categorie: deliri, prosa
mercoledì, 23 luglio 2008

Le donne non mi cagano.


"Non c'è niente da fare. Ho provato in tutti i modi leciti ed anche con tutti quelli illeciti. Ho provato ad essere comprensivo, disponibile, simpatico, brillante...stronzo, sì, ho provato anche ad essere stronzo, ma risultati: zero. Le donne, quelle belle, non mi cagano."

Firmato: una merda.


Con queste semplici ed amare parole, quasi un testamento, un manifesto di cosa significhi essere una merda oggi, noi comuni escrementi mortali vogliamo ribadire un fatto negato dalla scienza moderna: le top-model non cagano, oltre a non cagarci. Cioè, mi spiego, noi che di cagate ce ne intendiamo, in quanto parte in causa, ci rifiutiamo di credere che questi magnifici ed angelici esseri usino l'ano con lo stesso scopo con cui lo usiamo noi uomini non cagabili. Ed anche nella remota possibilità che qualcosa possa uscire da quelle chiappe così magnificamente turgide e sostenute, null'altro che margherite o altre essenze profumate può essere. Almeno così è scritto nel loro contratto con le industrie cosmetiche o di biancheria intima, e noi non siamo nessuno per dubitarne.
postato da: GanJo alle ore 08:59 | link | commenti (3)
categorie: deliri
lunedì, 09 giugno 2008

Fenomenologia cellulare.

Quanto ce piace de chiacchierà. Così faceva una pubblicità ormai sepolta nella preistoria dell'altro ieri. Chi era che pronunciava la frase? Sabrina Ferilli o Poppea? Boh, non credo faccia molta differenza, giacché il tempo, si sa, appiattisce le maggiorate.

Fatto sta che a voi italiani piace un sacco il cellulare. Ve ne siete innamorati a prima vista ed adesso veleggiate in perfetta solitudine in cima alla classifica mondiale della concentrazione di apparecchi telefonici portatili per abitante. Colgo quindi l'occasione delle ormai decidue elezioni, le prime in cui è vietato infrattarsi all'interno delle cabine per fotografarsi il pene mentre si verga un grosso fallo sulla scheda (vi lascio immaginare quale genere d'abilità sia necessaria), per sciorinare la mia personalissima visione di quel bestiario metropolitano che è l'italiano/a dotato/a di cellulare.

Il rappresentante in giacca, cravatta ed auricolare. Lo riconosci immediatamente dall'orecchio arrossato e deforme, tipo Ferengi eccitato, e dal passo cadenzato, quasi canzonatorio, nonché dal tono impostato su "ti sto leccando il culo, perché sei un mio cliente, e godo incredibilmente nel farlo, perché sono il più bravo, il migliore, il più grosso figlio di puttana pronto a fottere chiunque pensi anche solo per un istante di fottermi". Tiene il cellulare nel taschino della camicia (o nella tasca interna della giacca) e difficilmente lo vedrete prenderlo in mano, né digitare sms. Gli sms sono per gli sfigati ed il rappresentante, che non è stupido, si è naturalmente dotato di tariffa supervantaggiosa che gli permette di telefonare anche quando è seduto a tavola e vuole farsi passare il sale. Anche al ristorante, il rappresentante non ordina al cameriere. Si fa dare il numero e chiede anche d'abbassare il tono della voce, perché altrimenti l'altoparlante, per l'esigua distanza, fischia. Ma la sciagura più assurda è quella che tocca alla compagna del rappresentante che deve sorbirsi le sue conversazioni anche durante la notte. Perché il rappresentante non dorme mai e soprattutto non smette mai di parlare al cellulare. Inutile dire che quando uno di questi soggetti finisce, per disgrazia, in una zona dove non c'è campo, perisce all'istante e di lui non resta che un mucchietto di polvere grigia sormontato da un auricolare blutooth.

La ragazzina gne-gne. A tutti gli effetti è colei che sta contribuendo all'analfabetizzazione del popolo italiano. Infatti, come portatrice insana di tutte le abbreviazioni e storpiature che hanno preso vita negli sms ed adesso appestano qualsiasi cosa che preveda l'uso della parola scritta, la ragazzina gne-gne rappresenta una vera e propria piaga sociale. Scrive, come minimo, cento sms/die, e gode incredibilmente nell'umiliare i vecchi bacucchi che hanno la sfortuna di trovarvisi di fronte in qualsivoglia luogo pubblico. Infatti, tale bubbone glitterato, apparentemente innocuo, appena individua un comune fruitore di cellulare, uno che impiega almeno una decina di minuti per scrivere un sms, estrae il cellulare ed inizia a comporre endecasillabi ad una velocità tale che il telefono inizia a gemere come un gatto in calore, senza nemmeno guardare la tastiera, anzi, osservando, con aria supponente ed un po' annoiata, la vittima prescelta.

Il pistolero. Devo ammettere, con un po' di nostalgia, che è un personaggio quasi scomparso, ma che una volta s'avvistava frequentemente in Veneto e nel meridione. Infatti, quando i cellulari non si trovavano ancora come sorpresa nei sacchetti di patatine o negli ovetti Kinder, il pistolero era quello che ne portava due appesi alla cintura, come se fossero due revolver. Enormi e pesantissimi, erano una vera e propria ostentazione di benessere. Significavano: "Sì, ok, io sarò anche un burino ignorante sottoscolarizzato, però intanto c'ho due cellulari e le fighe mi sbavano dietro, pirla!". Assolutamente da non contraddire, soprattutto se di stazza superiore al quintale.

Il luddista. Ha acquistato il suo primo cellulare solo quando ha dovuto fare di necessità virtù, cioè quando, mollato dalla morosa perché non ne possedeva uno e si ostinava ad usare gli ormai scomparsi telefoni a gettoni - e solo per questioni di vita o di morte! - ha cercato di rimediare con un Motorola Dyna Tac dal peso di un chilogrammo (batteria esclusa). Inutile sottolineare come questo disperato e svogliato tentativo d'ammodernarsi risulti del tutto vano. In seguito alla delusione, il luddista abbandona solitamente la propria blanda vita sociale per ritirarsi in una comunità Amish dove si dedicherà all'allevamento di segnali di fumo ed al babysitteraggio dei piccioni viaggiatori per mezzo di un deltaplano a pedali.

L'ostinato. E' stato uno dei primi ad avere il cellulare, nei primi anni '90. Comprato controvoglia solo per far contenti i genitori apprensivi, lo ha sempre usato con parsimonia e sufficienza, ma con il rispetto che meritano le cose costose. Perché l'ostinato è fondamentalmente un taccagno professionista. Se il cellulare funziona ancora, non è necessario cambiarlo. Questo strano essere (spesso è un contadino single) è il più temuto dai rivenditori di cellulari, in quanto vi si reca solo per acquistare introvabili pezzi di ricambio, insultando chiunque abbia l'intenzione di farsi un cellulare leggero e superaccessoriato. L'ostinato si differenzia quindi dal luddista per il carattere piuttosto irsuto e l'aspetto generale fastidiosamente sfasato di dieci anni nel passato.

L'entusiasta. In assoluto, il male fatto a persona. Possiede sempre l'ultimo modello, ma si porta appresso l'intera collezione di apparecchi telefonici portatili. Tecnomane compulsivo, non sa parlare d'altro che di prestazioni hardware e software. Da evitare come la peste.

Il normale. L'ultimo esemplare si è estinto nel 2001, quando gli clonarono la SIM ed ebbe un attacco di cuore. Ironia della sorte, un'equipe di cinesi starebbe tentando di clonarlo geneticamente per poi venderne copie perfette ai paesi occidentali che ne hanno estrema necessità.
postato da: GanJo alle ore 08:24 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, deliri
martedì, 03 giugno 2008

I maschi hanno il pene...

...e le femmine la vagina. E fin qui, ci siamo, anche se ci sono dei casi incerti che, per comodità, sempre che non vi dispiaccia troppo, scarterei senza chiedermi chi li abbia incartati con una delle peggiori mani che la storia del poker ricordi.

Tralascerei anche ogni sofisma sulla necessità imprescindibile che, prima o poi, ogni uomo avverte ed estrinseca in sfrontate uscite di cordelle metriche con cui verificare la lunghezza del proprio arnese da falegname, ed anche su come troppo spesso quest'operazione rappresenti una vera e propria tragedia con ripercussioni intra e sovra nazionali (vedi guerra in Iraq). La letteratura è piena d'aneddotica varia ed eventuale; ed anche i manuali d'ontologia ne hanno le pagine piene, così intrise da risultare insfogliabili.

Quindi, cosa resta? Ma, naturalmente lei: sua vacuità la Vagina!

Adesso, che mi crediate o no, io sono un uomo, quindi parlo della vagina da profano con una sana e istintuale tendenza alla profanazione di questo fantomatico ed ancestrale luogo sacro, confinante, non a caso, con un altro luogo di culto sul quale mi sono già abbondantemente testé masturbato, cioè sua rotondità il Culo, detentore del mitico scettro osseo con cui termina la colonna vertebrale, fulgida ed esemplare metafora di come in natura ogni cosa tende a richiudersi in cerchi e spirali autoreferenziali.

La Vagina, quindi, come concretizzazione del nulla, reca con sé tutta una serie d'implicazioni psicologiche ed ontologiche non trascurabili. Infatti, attorno a questo niente tendono ad accumularsi, per affinità, tutta una serie d'inutili, se non addirittura dannosi, orpelli, primi fra tutti, i gioielli. Sì, amici miei carissimi. Perché i gioielli hanno un brutto e congenito difetto: costano assai e, tragedia delle tragedie, quelli falsi sono annusati dalle femmine anche ad anni luce di distanza ed immediatamente disintegrati coi potenti raggi laser generati dai loro bulbi oculari, ragione per cui vi sconsiglio caldissimamente anche solo di pensare di regalare bigiotteria ad una di esse.

Seguono a ruota: le scarpe. Ogni donna ne va pazza, per motivi che, sinceramente, mi sfuggono. Sarà che il sandalo tacco dodici slancia, sarà che poi non riescono ad affrontare un vialetto con un po' di ghiaia e ci maledicono in austro-ungarico antico per non averle preventivamente ed inopportunamente avvertite, sarà che poi, anche se il loro piedino odora di caciotta paleolitica, dovete comunque gradire che ve li sbattano in faccia mentre cercate di guardare la partita stesi sul divano, ma, insomma, le scarpe, soprattutto se costose e scomode, esercitano un grosso ascendente su portafogli, carte di credito e bancomat, facciamocene una ragione.

Infine, tra gli orpelli, non posso non citare le unghie frenchmanicurate, vero e proprio inno al masochismo; il rito della parrucchiera, cerimonia settimanale durante la quale la donna affina la propria stregoneria e s'alimenta col proprio nettare preferito, il gossip spinto, senza dimenticare i trucchi e le conseguenti, interminabili sessioni di restauro, purtroppo non patrocinabili dal Ministero dei Beni Culturali, né da fondazioni benefiche, anche se l'aggettivo, lo so, lascerebbe ad intendere l'esatto contrario.

Quindi, la domanda è: cosa significa possedere una vagina, oggi? Cioè, né ieri, né domani, ma esattamente in questo momento. Così, con un immane sforzo d'immaginazione e d'immedesimazione, se all'improvviso mi ritrovassi con una vagina tra le gambe, mi sentirei come privato di qualcosa di fondamentale alla mia esistenza, con un mortificante senso d'impotenza e di vertigine, in un nichilismo cosmico che forse mi annienterebbe in un fugace lampo di luce.

Ma penso anche che, se riuscissi a superare questo trauma, questa singolarità fisica, forse potrei sbucare dall'altra parte del tunnel quantistico, mutandomi in donna a tutti gli effetti, dove avvertirei l'incredibile possibilità di fare carriera senza avere la minima qualità intellettuale o atletica. Che bello sarebbe superare gli esami della vita indossando una semplice maglietta scollata! E che sensazione sublime deve essere la capacità d'obnubilare la capacità critica di qualsivoglia dirigente con un semplice accavallamento delle gambe, ad esempio , durante un colloquio di lavoro.

Cero, forse, nel momento in cui dovessi approfondire la questione con atti concreti, forse la mia vita precedente mi creerebbe qualche imbarazzo e pure qualche conato di vomito, ma credo che lo sforzo mentale possa fermarsi molto prima, per fortuna. Concludo quindi questa serissima digressione sul sesso con una semplice constatazione: la vagina rappresenterà sempre un mistero anche per il più ostinato dei ginecologi. Perché nella vagina è solo rappresentata (solo) quella grande ed irriducibile complessità che è la natura dell'universo e le sue compenetrazioni con la vastità del nulla che lo ha generato.
postato da: GanJo alle ore 12:37 | link | commenti (9)
categorie: deliri
martedì, 20 maggio 2008

Mi faccio il vibratore.

Remake del celebre "Mi faccio la barca", classico esempio di commediucola anni ottanta, disimpegnata e scollacciata, ma con un'infarinata di critica sociale così pretestuosa da risultare più ridicola delle salaci battute della sceneggiatura, "Mi faccio il vibratore" è, al contrario, e per fortuna, un film assolutamente volgare e politicamente scorretto.

Si tratta infatti della storia di una quarantenne che ha gettato alle ortiche i migliori anni della propria vita, tra fidanzati che la maltrattano, datori di lavoro che la sottopagano e la sottomettono alle scrivanie, con la scusa di farle togliere i chewing-gum che qualche dipendente dispettoso si divertirebbe a lasciare come ricordo del proprio passaggio.

Una storia cruda ed amara, fatta di scelte sbagliate che inacidiscono sempre più la protagonista sino a renderla ipercritica con il mondo intero, sempre sulla difensiva, nelle giornate di luna dritta, ed al limite della possessione demoniaca, in quelle di luna storta.

Indimenticabile il flash back della protagonista che ripensa al proprio impiego in un call-center, quando, esasperata dal millesimo vaffanculo della giornata da parte del solito utente stressato da decine di telefonate promozionali, si alza dalla sedia, con i capelli ritti come i peli di un'istrice incazzata, e sfascia la tastiera sulla schiena del responsabile del reparto, tra gli sguardi attoniti dei colleghi e quelli ammirati delle colleghe, andandosene dopo soli venti sei minuti dall'assunzione.

Ma proprio quando questa versione enhanced di Bridget Jones sembra essere sul punto di collassare all'interno delle proprie enormi mutande ascellari, ecco che un estraneo, incrociato nella maniera più casuale possibile, vedendola schifosamente depressa e più abbattuta della foresta amazzonica, la ferma e, guardandola fissa negli occhi e mettendole una mano sulla spalla, le sussurra queste parole: "Fatti un vibratore."

La protagonista, quindi, scossa da quell'incontro, volge lo sguardo verso la vetrina alla propria destra, dove fanno bella mostra di sé degli enormi e sbriluccicanti vibratori cromati. Entra e le sembra di essere capitata nel magico mondo delle favole, con un'atmosfera fiabesca e vellutata che la accoglie e la fa sorridere dopo tanto tempo, tanto che le sembra quasi di volare, finalmente libera dai sensi di colpa e dall'angoscia, sino a quando non nota che dietro al bancone c'è il tizio che le aveva consigliato l'acquisto.

Tuttavia, dopo un attimo di smarrimento, in cui pensa che ci possa essere un blando conflitto d'interessi in quell'uomo basso e pelato, si convince ad acquistare il proprio primo vibratore. Inutile dire che il lieto fine è d'obbligo. Da quel momento, infatti, la vita della protagonista cambia radicalmente. Basta coi musi lunghi, stop con l'acidosi, via anche quei castigati vestiti che la facevano sembrare una quarantenne fallita. Da quel giorno, possiamo immaginare che la sua vita sia stata più radiosa e solare, giacché il film si conclude con la sagoma di lei che si staglia su di un tramonto da cartolina e la scritta in sovrimpressione "Un vibratore ti cambia la vita. Pensaci. Firmato: IVA".

Naturalmente IVA sta per International Vibrators Association.
postato da: GanJo alle ore 15:45 | link | commenti (4)
categorie: deliri
domenica, 11 maggio 2008

L'uomo atollo.

Sostanzialmente, non c'è niente da fare, se la donna è essenzialmente una scimmia, l'uomo è fondamentalmente puttaniere. Sì, ok, forse qualcuno che si discosta dalla banalità della definizione c'è, ma è incontrovertibile che il 99,9% dei maschi dell'homo sapiens sia un inguaribile donnaiolo, a tutte le età e a tutte le ore, tutti i santi giorni dell'anno.

Oc lengua e man i g'ha sempar vint'an, cioè occhi, lingua e mani hanno sempre vent'anni. In questo sintetico detto o motto natural-popolare è circoncisa tutta la verità di cui ogni uomo è intimo ed ipocrita custode. Sì, perché mi sono spesso scagliato contro l'ipocrisia femminile, anche difendendola a mouse eretto, ad onor del vero, ma devo e non posso fare a meno di ammettere che noi uomini siano infinitamente peggiori.

Innanzitutto, perché l'uomo tende a peggiorare con l'età. Infatti, man mano che s'affloscia la sua potenza sessuale, crescono in maniera progressiva, e con passo inversamente proporzionale, la sua millanteria, la sua smania di raccontare presunte o reali conquiste agli amici e la sua propensione anche solo mentale al tradimento.

Lo scrivo per un senso di giustizia nei confronti delle ignare fidanzate e mogli, ma anche, non lo nego, per il sano gusto della competizione e per cercare di sfoltire un po' la concorrenza. Mah, ci credo veramente a quello che scrivo?

Fatto sta che i luoghi comuni, quelle storielle sugli uomini cacciatori incalliti, su quelli che ogni lasciata è persa, sono tutte dannatamente vere. Lo so perché sono una spia, un infiltrato che carpisce con l'inganno la fiducia dei miei simili per poi usare queste informazioni a mio esclusivo vantaggio. Comunque, non che vi voglia molto a farli cantare. Basta dar loro il là ed ecco che parte il tourbillon delle storielle trite e ritrite, ma arricchite ogni volta da nuovi e gustosi particolari che svelano la natura pressoché farlocca di buona parte delle piccanti vicende. Resta però il succo: lui, fidanzato, ci ha provato con una lei. Che poi la lei fosse una rappresentante di aspirapolveri e che lui abbia comprato l'intera serie, indebitandosi sino al 2036, per poi non cuccare assolutamente nulla, poco importa. Lui rivolterà la frittata come il migliore degli chef e farà figurare che in realtà è stata la rappresentante ad inseguirlo sino a casa della fidanzata, col rischio di mandare a monte un rapporto idilliaco.

Oppure, potrei raccontarvi di come ho visto sparire secondi cellulari in un batter d'occhio, quando la moglie ha pensato bene di fare un'improvvisata in ufficio senza avvertire. Roba che nemmeno il miglior prestidigitatore del mondo sarebbe in grado di fare, capacità che è invece conferita istantaneamente dalla paura d'essere evirati seduta stante di fronte ad un pubblico di colleghe adoranti, in una versione femminista di Indiana Jones ed il tempio maledetto. Potrei, ma non lo farò, perché credo fortemente nella solidarietà di genere.

Dal punto di vista antropologico, c'è da capirli. L'uomo è un fecondatore, cioè una marionetta nelle mani dell'evoluzione, un pupo siciliano tirato da fili d'ormoni, un burattino telecomandato da femmine con pile duracell. L'uomo è un meccanismo molto più semplice rispetto alla donna, molto più lineare, che reagisce in maniera repentina a tutta una serie di segnali e di stimoli altrettanto elementari. Un ammiccamento, un sorriso, uno sguardo che per sbaglio incrocia il suo, sono tutti segnali che hanno, per la maggior parte dei maschi, un'interpretazione univoca: disponibilità all'accoppiamento. Perché l'obiettivo basilare d'ogni uomo eterosessuale è quello d'infilare il pene in qualsiasi cosa che assomigli anche solo vagamente ad una vagina. Poi, da questo basic instinct si ramificano tutta una serie di sovrastrutture ipocrite, tra le quali c'è senza dubbio anche l'amore, sovrastrutture che però prima o poi sono destinate a crollare mostrando il lato orrendo della questione, cioè che vostro marito, fidanzato o compagno, è un porco schifoso che ci proverebbe anche con vostra sorella, con vostra madre e pure con la vostra povera nonna, se fosse ancora al mondo.

Davvero, non è per essere cinico. All'interno di ogni uomo sessualmente attivo si nasconde un suino, anche se nulla ho da obiettare su questo bistrattato animale da insaccare.

Secondo i dati in mio possesso, l'età più critica è tra i quaranta ed i cinquanta, cioè quando s'inizia a sospettare che i trenta non torneranno più e che dopo i cinquanta aleggerà minacciosa, sopra la nostra testa, l'ombra blu di quegli avvoltoi implacabili che sono le pastiglie di Viagra. Sì, decisamente, ne avverto io, che ne ho trenta cinque, l'inquietante presenza ed il sinistro sghignazzare, figuriamoci dopo in cinquanta.

E che c'entra l'atollo? No, niente, forse è solo una metafora dell'uomo che ama o vorrebbe circondarsi di tante isolette su cui approdare a piacimento, come il proverbiale uomo marinaio che ha una donna in ogni porto e che ad ognuna è pronto a dichiarare amore eterno, fedeltà garantita e luci accese anche di giorno. Sempre.

Comunque, per la legge dei grandi numeri, qualche uomo che s'innamora davvero deve esistere. Ed anche qualcuno che si ferma prima del tradimento vero e proprio, forse per paura che gli piaccia troppo. Meglio di niente, no?
postato da: GanJo alle ore 00:32 | link | commenti (5)
categorie: riflessioni, deliri
giovedì, 08 maggio 2008

L'ipocrisia è ciò che ha creato l'universo.

Forse non tutti sanno che l'etimologia del termine ci conduce nell'antica Grecia, dove un attore, o meglio, un imitatore, venne appellato ipocrita, in quanto riusciva ad ingannare gli spettatori con la modulazione della voce e pure con le movenze del corpo, donando l'impressione d'essere ciò che non era.

Ipocrita è quindi colui che simula (letteralmente deriva da ypò, sotto, e kritès, spiegazione). Adesso, dimenticate per un attimo l'accezione negativa con cui il termine viene troppo spesso usato, e pensate a come è facile per noi mentire, ovvero creare realtà parallele, distorte, mezze bugie camuffate da mezze verità.

Pensate allo straordinario potere dell'immaginazione. Voglio che un elefante rosa a pois azzurri svolazzi sulla testa di Berlusconi e poi gli scagazzi sulla pelata una bella diarrea giallo fosforescente? Lo posso immaginare e per me è concreto tanto quanto la realtà.

La simulazione è una peculiarità del divino, cioè dell'atto del creare dal nulla, così come è necessariamente stato generato l'universo, giacché il regresso infinito ci conduce ad un momento in cui solo il niente esisteva.

Il paradosso è una dimostrazione per assurdo che risolve antinomie logiche come l'esistenza del nulla. Quindi, quando ne si trova uno, si è giunti ad una verità, che è di conseguenza sempre doppia ed indeterminabile in assoluto. Se vedo una faccia della medaglia, non posso vedere l'altra, e posso uscire dall'impasse solo facendola roteare, confondendo i due lati in uno, il quale rappresenta la realtà, ma non lo è.

La realtà è quindi fittizia, mentre sono concrete le ipocrite rappresentazioni che deriviamo da essa. Infatti, allo stesso modo con cui una doppia negazione afferma, la consapevolezza della natura illusoria dell'immagine del mondo è la cosa più concreta che possa esserci. Più concreta del marmo, dell'acciaio e di tutte le cose che ci sembrano così "dure", così pesantemente materiali.

D'altra parte, è evidente che l'unica verità ammissibile sul piano strettamente ontologico è il nulla come insieme ad entropia pari a zero (in cui è impossibile che un evento come la creazione dell'universo accada), cioè che contiene tutte le informazioni possibili ed immaginabili, cioè Dio.

L'universo è quindi stato creato dalla contraddizione dell'assurdo, come se il nulla avesse rifiutato di essere tale e si fosse quindi contorto, divelto, rigirato su se stesso sino ad ingannarsi, provocando la più clamorosa crisi psicologica della Storia, della quale paghiamo ancora le conseguenze, al di là della fortuna e della sfortuna con cui la giudichiamo.

Conclusione: Dio c'è, ma coincide con l'insieme vuoto. In altri termini: è talmente perfetto da non aver nemmeno bisogno di esistere o di fare finta di esserci. Si spiegano tante cose, vero?

Postilla: qual è quell'essere in grado di creare nuove esistenze? La donna, bravi. Ecco perché è così ipocrita. Deve simulare anche d'essere perfetta, pur essendo imperfetta tanto quanto l'uomo. Siate quindi comprensivi, uomini.
postato da: GanJo alle ore 20:09 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni
lunedì, 05 maggio 2008

L'era della sgnacchera.

Il futuro è delle sgnacchere, senza ombra di peli sopravvissuti a cerette non sufficientemente ardenti. Ci attendono ere di sgnacchere con le nacchere, che balleranno sui nostri pelosi e flaccidi scroti, con delle belle scarpe col tacco, ottime per spremute di zebedei che nessuno vorrà mai bere.

La sgnacchera, così onomatopeicamente concreta, ricorda il suono delle pozzanghere che ci divertivamo ad esondare da bambini, con gli stivali di gomma colorati, con l'innocenza tipica degli anni settanta, un'innocenza fatta di capelloni, di pantaloni troppo grandi, a spina di pesce, e di centoventotto dagli orrendi colori pastello. Ma lo ricorda solamente, quel suono, perché in verità la sgnacchera aveva già vinto allora, con le grandi battaglie femministe sull'aborto e sul divorzio, ed adesso sta infierendo.

O forse no. Forse siamo noi maschi che non abbiamo più voglia di combattere contro di loro, bensì con loro, nonostante qualche ostinato sia ancora presente. Fatto sta che la sgnacchera che lo sgnaccherà, bene che vada, in faccia, il proprio potere ottenebrante. Perché essa non ha rimorsi, né rimpianti, poiché troppo piena di sé per essere compassionevole.
postato da: GanJo alle ore 23:48 | link | commenti
categorie: riflessioni, deliri
giovedì, 01 maggio 2008

Rompere le uova nel paniere Istat è peccato mortale!

Beh, c'è da dire che l'eredità lasciata dalla sinistra all'entrante governo di centro destra è davvero disastrosa. Roba da mettersi le mani nei capelli, da far accapponare la pelle e da atrofizzare anche i testicoli di quel mostro di virilità che è Giulio Tremonti, facendolo assomigliare ad un castrato, dall'aspetto vagamente efebico, che parla che con la erre moscia .

Ma dobbiamo stare tranquilli. Nonostante la voragine lasciata da Prodi e dal suo fido scudiero Tommaso, autori di quel pessimo cortometraggio che è "Prendi i soldi e Schioppa", il paniere Istat dovrà essere, nel giro di un paio d'anni, totalmente rivoluzionato. Perché saremo tutti così sfacciatamente ricchi che le normali uova di gallina saranno sostituite da uova Fabergé.

C'è da credergli? Beh, direi proprio di sì, visti gli eccelsi risultati conseguiti nel quinquennio 2001-2006, anni in cui si sguazzava tutti nell'oro grazie alla creativa gestione economica del buon Giulio. E pensare che c'era ancora quel traditore schifoso di Casini a metter loro il bastone tra le ruote! Pensate a quali meravigliosi miracoli potranno compiere tra poco più di un mese, liberatisi da quella palla al piede che era Pierferdy. Davvero, io mi sto già indebitando sino al di sopra dei capelli, acquistando oggetti imprescindibili come decoders per il digitale extraterrestre in modo da poter vedere le partite del campionato marziano a cui il Milan prossimo venturo parteciperà, vista l'ormai monotona puntualità con cui vince quello italiano.

E voi? Cosa aspettate ad indebitarvi? Spendete! Perché, così come Silvio salverà Alitalia dal baratro del fallimento, Egli salverà anche tutti noi da una squallida esistenza di precari, sempre pronti a lamentarsi dell'irrealtà di un paniere Istat che mette sullo stesso piano yacht megagalattici e baguette realizzate con la carta riciclata d'indigeribili organi di partito, con cui ci tocca accartocciare frattaglie che un tempo elargivamo al nostro gatto.

PS: Mr. Google mi comunica che il cortometraggio "Prendi i soldi e Schioppa" è già stato recensito da Vauro, prima del sottoscritto. Pazienza.
postato da: GanJo alle ore 10:40 | link | commenti (2)
categorie: politica
sabato, 19 aprile 2008

Le donne lo fanno meglio.

Ipotesi: le donne sono in grado di fingere orgasmi.

Tesi: questa capacità di simulazione si manifesta anche in altri ambiti, quindi le donne sono in grado di fingere, in generale, con maggiore credibilità rispetto agli uomini.

Dimostrazione: sono le donne quelle dubbiose sui sentimenti, in quanto ne sono indubbiamente portatrici sane, mentre gli uomini, ragionando perlopiù con il cervello sovra ed intrascrotale, riescono ad essere meno ipocriti, quindi più sinceri con se stessi. Ora, ammesso e non concesso che l’ipocrisia sia soprattutto donna, le conseguenze di quest’eterno inganno su quello che una femmina prova per il proprio partner è ciò che ha permesso all’umanità di perpetuarsi.

È nell’indecisione che si concepiscono i figli. Questo ribalta lo stereotipo della donna che ricerca soprattutto sicurezza e stabilità al fine procreativo. Non è così. Sarà anche pur vero che questo fenomeno di consolidamento accade, ma è fuor di dubbio che esiste ed è comprovato anche il processo opposto, ovvero la ricerca di un figlio come collante di un rapporto ballerino.

Lungi da me l’idea di fare del moralismo o di giudicare negativamente le donne che così si comportano, tuttavia, ora che si sta sgretolando il velo di mistificazione del matrimonio, appare in tutta la sua ovvietà la tesi di cui sopra. Onore al merito, quindi.

L’ipocrisia, la simulazione e la finzione sono peculiarità del divino. Il futuro delle trasmissioni è quindi delle donne. L’uomo è solo una comparsa, tuttalpiù un buon cameraman, al massimo un buon eiaculatore da film porno.
postato da: GanJo alle ore 09:13 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni

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